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Il poema di Torre Viscosa

Il poema di Torre Viscosa

Il poema di Torre Viscosa fu commissionato a Marinetti dalla SNIA Viscosa – Marinetti ne parla in una lettera a Benedetta nell’agosto 1938 –, per celebrare la nascita della città aziendale sorta attorno alla fabbrica: Torviscosa, città di fondazione, una delle città nate negli anni Trenta del Novecento.

L’azienda in quel territorio creò, a partire dal 1937, un insediamento agricolo e industriale per produrre cellulosa dalla lavorazione di fibre vegetali. La cellulosa era la materia prima per la produzione della viscosa, detta anche seta artificiale.

Fu un progetto enorme, che non contemplò soltanto lo stabilimento, ma anche le case per quanti vi lavoravano, oltre a una scuola e a un asilo, al teatro e a varie strutture sportive. Nel 1940 fu istituito il comune di Torviscosa, chiamato così dal nome dell’antico centro, Torre di Zuino, e della viscosa.

Il poema di Torre Viscosa fu ripubblicato da Marinetti nel 1940 nell’opera Il poema non umano dei tecnicismi, ma qui chiamato “Poesia simultanea dei canneti Arunda Donax”. In realtà il nome corretto è Arundo donax, nome della canna domestica da cui si estraeva la cellulosa.

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Incipit de Il poema di Torre Viscosa

Foste graziose troppo graziose canne degli immensi canneti di Porto Buso ognuno molla tremante sotto il peso d’una rondine tanto graziose da meritare esigere un’improvvisa tempesta d’acciaio mortale

Vi rivedo in sogno quando arde il pallore febbrile della sera o voi eserciti d’infronzoliti gendarmi verdi a pennacchio sollevare un attimo il petto della pianura e spegnervi

Ma continuare continuerebbero senza fine continuino continuino le vostre gare di saluti inchini moine cerimoniose e le svenevoli leggiadrie di donne molto bruciavano si svestono con pudori e levigate spudoratezze di brilli queste soavi canne d’amore

Tutte convengono che bisogna occorre si deve si può ne parlano i passeri fra sterco d’oro e freschissime prime stelle occorre addolcire ogni contatto terrestre a quella nuvola bianca orlata d’istinto divino si adagia molleggia placa il suo candore acceso tenta ovattare imbavagliare

Allora intrecciandovi elasticamente è usanza del canneto mutarsi in perfetto giaciglio offerto a le ambiziose alte tenaci fatiche dell’eterno Cielo in cammino

Presto distribuire stemperare gigli e profumi di camelia caprifoglio gelsomini e tuberose

Ma come definirvi troppo simultanei canneti in marcia e pur fermi lungo lagune e mare vi aspettano e vanno anch’essi squisiti crepuscoli del cuore e della carne in delizia

Ora vi ascolto vasti organi di canne inebriate di musica poiché la punta d’argento tremulo d’uno scarpino di stella nell’acqua preme vostro profondo pedale di vento

Generatori dell’autunno questo chimico belletto restauro dei paesaggi non sognate ormai più che sottomissioni davanti ai nobili passi di un uragano fiero delle sue spavalde laceranti fluidità e del suo ribollente modificarsi

Fermi fermi per il Domani della Terra e finitela di cercare ovunque calvari e inginocchiatoi

Sono stanco delle vostre gementi processioni e vi vorrei stringere con braccia orchestrali tutti voi flauti vagolanti in cerca di bocche stemperate dal piacere nella brezza o smarrite note a saliscendi sulle infantili scola dei nervi

Così potreste armonizzarvi in do minore e verdolino tenero lilla e viola senza speranza ideale rifugio dei bisbiglianti corpi in lussuria contenti d’esser nudi o quasi premuti insieme dall’ansia di godere

  • Il poema di Torre Viscosa
  • a cura dell’Ufficio propaganda Snia Viscosa
  • Officine Grafiche Esperia
  • 1938
  • 14 pagine
  • La poesia dei tecnicismi – Manifesto futurista
  • Il poema di Torre Viscosa – Parole in libertà futuriste