Nonostante nel 1910 furono pubblicati due manifesti dedicati alla pittura – il “Manifesto dei pittori futuristi” dell’11 febbraio e il manifesto “La pittura futurista” dell’11 aprile firmati da Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini – si dovrà attendere la primavera del 1911 per avere una prima mostra di pittura.
A dire il vero, non si trattò di una mostra esclusivamente futurista – i pittori futuristi vi esposero, come vedremo – bensì della prima Esposizione d’Arte Libera. Ma cominciamo dall’inizio. Dal 1910, appunto.
Gli antefatti
Quell’autunno Boccioni stava lavorando a uno dei suoi quadri più famosi, Il lavoro, che conosciamo come La città che sale e che invece Marinetti chiamò La ville qui monte. Vi lavorava in una sala al pian terreno della Società Umanitaria di Milano.
In quegli spazi non nacque soltanto il suo capolavoro, ma anche un progetto artistico-sociale: creare la prima Esposizione d’Arte Libera per sostenere la Casa di Lavoro per disoccupati, inaugurata nel 1907 e diretta da Alessandrina Ravizza.
Il 30 gennaio 1911, i pittori Boccioni, Carrà e Guido Mazzocchi, l’artista Alessandro Mazzucotelli, il critico Ugo Nebbia e l’architetto Giovanni Rocco firmarono una lettera-invito per quella che non voleva essere una delle solite esposizioni d’arte, ma una mostra che offrisse qualche cosa di nuovo, come scrissero nell’invito, qualcosa, insomma, di non comune e non convenzionale.
L’esposizione era aperta anche ai ragazzi – vi partecipò perfino un bambino di 10 anni. Pittura, scultura, disegno, stampa: l’arte visiva di ogni genere, purché rispondesse ai criteri dell’iniziativa.
Purtroppo non fu pubblicato un catalogo della mostra, quindi non sappiamo di preciso quante e quali opere – non solo dei futuristi – furono esposte. Tutte le opere dovevano pervenire entro il 31 marzo, con inaugurazione della mostra il 15 aprile (in realtà avvenne poi il 30).
Secondo una notizia apparsa il 2 maggio 1911 sul «Corriere della Sera», furono circa 400 gli artisti che parteciparono, con oltre 800 opere.
Al pubblicò l’esposizione aprì il 1° maggio alle 10:00 nei padiglioni dello stabilimento Ricordi in viale Vittoria 21.
La mostra
I pittori futuristi che esposero furono Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo. Di alcune opere esposte conosciamo i titoli perché citate dalla stampa dell’epoca.
Le opere accertate di Boccioni furono:
- La città che sale
- La risata (quadro che fu sfregiato da un passatista)
- La retata (chiamato anche Care puttane)
- La baruffa (conosciuto anche come Rissa in Galleria)
- Crepuscolo
- Il lutto
- Idolo moderno
- Tre donne
- Maestra di scena

Le opere sicure di Carrà furono:
- I martiri di Belfiore
- L’uscita da teatro
- Il funerale dell’anarchico Galli
- Nuoto (o Le nuotatrici)

Infine, le opere certe di Russolo:
- La musica
- Nietzsche (opera dispersa)
- Il profumo
- La chioma
- L’uomo che muore (opera dispersa)
- La strada ferrata
- Lampi
- La fiamma (dipinto sconosciuto)

La critica
Marinetti dovette attendersi critiche non proprio civili sulle pitture degli amici futuristi – in fondo, il Futurismo era nato da due anni e aveva collezionato adesioni come anche insulti e completo disinteresse.
Ciò che Marinetti non digerì, e di certo non possiamo dargli torto, fu un articolo di Ardengo Soffici apparso sul settimanale «La Voce» il 22 giugno 1911, dal titolo pacifico “Arte libera e pittura futurista”.
Pacifico, e siamo d’accordo, ma perché suddividere l’arte libera dalla pittura futurista? C’era forse l’intento di non considerare arte – libera o meno – la pittura futurista?
Leggendo l’articolo, per Soffici i pittori futuristi furono sgorbiatori italiani dalla balorda istrioneria e la paccottiglia più oscena che hanno esposto disgusta e nausea.
Fu questo il tenore della critica vociana. Fu questo articolo che scatenò la prima spedizione punitiva artistica.
La spedizione
I quattro dell’Ave Maria – Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo – partirono da Milano il 30 giugno per Firenze (qui trovarono Palazzeschi, che gli avrebbe rivelato il “nemico”) e attesero la sera a un tavolo del Caffè Reininghaus in piazza Vittorio Emanuele – che Marinetti ribattezzò Giubbe Rosse appunto per il colore della giubba dei camerieri.
È una bella serata e i fiorentini se ne stanno al fresco per le strade o a consumare qualcosa al Caffè. Chiacchiere, spensieratezza, risate. Un tranquillo venerdì come un altro, quel 30 giugno.
Tranquillo? Certo, finché al cameriere, giunto a prendere le ordinazioni, i futuristi chiedono se quel tipo al tavolo vicino sia Ardengo Soffici.
Era lui. Il cameriere aggiunse che era in compagnia dello scultore Medardo Rosso.
E la tranquillità fiorentina di quel venerdì estivo si spense sul ceffone che Boccioni andò a rifilare a Soffici. Il vociano cadde dalla sedia, ma si rialzò e tentò di assestare una bastonata – erano gli anni in cui i gentiluomini usavano il bastone da passeggio – sulla testa del pittore futurista.
Purtroppo ad accogliere quella legnata non fu Boccioni, bensì il vice-brigadiere Di Bartolomeo, prontamente accorso per sedare la rissa.
Non sedò nulla, perché i 4 futuristi e i due vociani se le diedero di santa ragione. L’amen fu sancito dall’arrivo di guardie e carabinieri che portarono tutti al vicino Commissariato San Giovanni, eccetto Soffici che, insieme al vice-brigadiere, andò a farsi medicare la testa dalla guardia medica.
La vendetta
Poteva finire così? Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo il sabato, in tarda mattinata, erano alla stazione per prendere il treno e far ritorno a Milano.
I vociani erano lì ad attenderli. S’erano prima recati al Caffè Paszkowski, dove parlarono con Giuseppe Vannicola. Da lui seppero che i futuristi alloggiavano all’Hotel Helvetia e che avrebbero atteso i padrini per un duello fino a mezzogiorno, poi sarebbero partiti con il treno dopo le due.
Ma davanti all’albergo i vociani non videro nessuno. Chi erano questi vociani? Ovviamente il malmenato Soffici. Con lui vennero Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper, Alberto Spaini e un certo Aguino.
Secondo Marinetti, i vociani le presero di nuovo. Secondo Prezzolini, furono i futuristi a prenderle. Ovunque sia la verità, se nel futurista o nel vociano oppure nel mezzo, di certo c’è che finirono di nuovo tutti in questura.
E questa volta si concluse con Boccioni e Soffici a discutere civilmente di pittura.
Fonti
- Franco Tagliapietra, L’Esposizione d’Arte libera. La mostra d’esordio dimenticata del gruppo pittorico futurista, Cleup, 2020
- Francesco Oppi, “Boccioni e Alessandrina. La Milano che sale. La prima Esposizione d’Arte Libera in Italia” in Alessandrina Ravizza. La signora dei disperati, a cura di Giuliana Nuvoli e Claudio A. Colombo, Raccolto, 2015
- Rossella Raimondo, “La Casa di Lavoro per disoccupati”, Società Umanitaria,https://www.umanitaria.it/storia/le-iniziative/lavoro/casa-di-lavoro (pagina consultata il 4 aprile 2025)
- “Arte libera e pittura futurista”, Ardengo Soffici, «La Voce», 22 giugno 1911
- Il “futurismo” si difende, «Il Giornale d’Italia» 1 luglio 1911
- Carteggio Marinetti Palazzeschi, Mondadori, 1978
