Era un dandy in pelliccia bianca, un indolente micione perennemente acciambellato sui manoscritti del suo padrone.
Filippo Tommaso Marinetti condivideva il salotto della sua casa milanese di via Senato con un bel gatto d’Angora, un maschio dall’attitudine non proprio dinamica.
Mai un miagolibero, mai una zampata elettrica: un gatto in pantofole e passatista.
Un fallimento peloso l’avrebbe definito Effetì, se solo il destino non avesse riservato al bel gattone una scintilla rivoluzionaria tale da trasformarlo nell’alter ego felino di Marinetti.

Come si seducono le gatte: parolibere e fusa liberissime
Marinetti era diventato insofferente alla vista di quella statua pelosa. Mo’ ci penso io, deve aver deliberato.
Nel 1937 Marinetti e quella che da lì a poco smise di essere solo un’ombra bianca e fiacca sbarcarono a Capri. Capri, che fino a quel momento era la «sdraio del Mediterraneo», l’isola dei baci, delle sirene e del sole, divenne da quell’anno un opificio di felini.
Forse travolto dall’energia isolana, il gatto d’Angora abbracciò improvvisamente i principi del Manifesto Futurista: rifiuto del passato, velocità… moltiplicazione.
Alloggiato all’Albergo Manfredi Pagano, il primo hotel sorto sull’isola, Marinetti osservò estasiato la sua fiera scatenarsi in imprese amorose tali da far impallidire Casanova.


Una, due, tre, quattro gatte. Nessuna femmina dell’isola fu risparmiata dagli insospettabili lombi futuristi del micione.
L’audacia, la velocità, il caos: di giorno l’isola era scossa dai versi roboanti di Marinetti, di notte tra i giardini capresi si diffondeva una sinfonia dinamica di fusa e miagolii.
E così, le gatte di Capri cominciarono a partorire micetti bianchi dagli occhi aeroazzurri.
Da quel 1937 – anno in cui Marinetti si recò a Capri in occasione del bimillenario della nascita dell’imperatore Augusto – i capresi ne hanno passate di nottate insonni, costretti a subire i convegni di gatti che non più miagolavano, ma declamavano versi liberi alla luna.
Da quel momento Capri divenne il crogiolo dell’avanguardia a quattro zampe, dal giardino del Pagano a Marina Piccola, da Anacapri fino al monte Tiberio, tutta l’isola si riempì di felini futuristi.
Baffi d’acciaio, zampe elettriche, geni d’avanguardia
Non è una leggenda.
Non è una di quelle magnifiche esagerazioni che Capri sa raccontare meglio di qualunque altro luogo al mondo. Noi vi diciamo il vero! La vicenda è stata raccontata in un articolo di Marco Ramperti1 datato 1952, nel quale il giornalista ricostruisce con tono affettuosamente ironico il soggiorno caprese di Marinetti e le imprese sentimentali del suo – adesso – celebre gatto bianco.
Del resto, i gatti hanno sempre occupato un posto speciale nell’immaginario futurista. Nelle opere di Marinetti2 il gatto d’Angora ricorre spesso come metafora di sensualità, eleganza e istinto.
Forse proprio per questo il suo compagno a quattro zampe finì per trasformarsi nella memoria collettiva in una sorta di riflesso peloso del fondatore del Futurismo. I gatti capresi ancora oggi presentano le caratteristiche di quel rivoluzionario capostipite di cui purtroppo ignoriamo il nome.
Le generazioni successive di gatti futuristi nati sull’isola conservano molti tratti tipici dell’Angora: pelo bianco, coda a pennacchio e sovente l’eterocromia, un occhio azzurro e uno color ambra.
Col tempo quei gatti bianchi finirono per diventare parte dell’immaginario stesso di Capri. Non è forse un caso che uno degli alberghi più celebri dell’isola sia proprio l’Hotel Gatto Bianco.
I proprietari raccontano che il nome è dovuto a una gatta bianca trovata con la sua cucciolata (ovviamente bianca) nel limoneto dove sarebbe poi sorto l’albergo. Da allora quel nome è diventato uno dei simboli della Dolce Vita caprese, quasi a suggellare il destino di un’isola che aveva ormai eletto il gatto bianco a propria icona.
Insomma, il Futurismo che sognava motori, aeroplani e città d’acciaio, a Capri trovò la sua forma più inattesa: non una macchina, non una provocazione letteraria, ma un gatto! Un gatto bianco che inseguiva la luna tra i limoneti e che, senza saperlo, lasciò al futuro una stirpe di piccoli manifesti viventi.
Così, se al tramonto incontrerete un micio bianco appollaiato su un muretto, immobile come una sfinge, e superbo come un poeta d’avanguardia, fermatevi un momento a osservarlo. Potrebbe essere il pronipote di quel celebre seduttore arrivato con Marinetti.
Quanto a Effetì, forse sorriderebbe al pensiero che il suo manifesto più immortale non fu mai stampato, ma affidato alla genetica. Continuò semplicemente a nascere.
Di cucciolata in cucciolata.
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1 Marco Ramperti, I gatti futuristi di Capri, «Roma», Napoli, 8 maggio 1952.
2 F.T.M. L’Alcova d’acciaio, in cui compaiono ben due similitudini: il sole definito come «gattaccio d’Angora dal pelo d’oro» e la Marchesa De Concilis dagli «occhi di bel gatto angora che finge di sognare pur sorvegliando il canestro dei pesci». Scatole d’amore in conserva, contenente il riferimento alla Badia dei Frati Mangioni paragonata a «una gatta d’Angora sonnecchiante al sole». L’Aeroplano del Papa con altra figura retorica dello stretto di Messina che «sonnecchia allungato, bianco e liscio come un gatto d’Angora».
Daniela, classe ’77. Patriottista militarista aspirante futurista. A volte turista.
