Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è conservato il manoscritto autografo di 14 fogli sciolti intitolato “Verso libero e Parole in libertà Futuriste”. I fogli sono numerati da 1 a 13, ma nel 13° è riportato soltanto “Parole in libertà”. Il foglio 5 consta di due pagine unite.
Il manoscritto è ben leggibile e mostra soltanto pochissimi interventi dell’autore, come evidenziato nelle note. La firma di Marinetti è presente sia nel foglio di “copertina”, con il titolo, sia nell’ultima pagina.
La bibliografia del Cammarota1 non menziona questo inedito di Marinetti.
Le parole sottolineate nel manoscritto sono qui rese in corsivo.
La datazione del manoscritto
Alcuni passi permettono di datare il manoscritto, anche se non con precisione, all’inizio del 1920. Trattando delle parole in libertà, risulta immediatamente evidente che sia posteriore al 1913, quando furono pubblicati due manifesti sul paroliberismo (vedi nota 5).
Nel foglio 5 Marinetti scrive: «Dimenticano che quindici anni fa Paolo Buzzi, G.P. Lucini, Luciano Folgore ed io, nella rivista internazionale Poesia e in più di cento conferenze e declamazioni sui simbolisti e versoliberisti francesi, difendevamo e glorificavamo il verso libero».
La rivista «Poesia» uscì dal 1905 al 1909 e del verso libero si iniziò a parlare nell’ottobre 1905 (v. nota 7). I “quindici anni fa” potrebbero significare, quindi, che Marinetti abbia redatto lo scritto nel 1920.
Ma c’è un dettaglio politico che potrebbe farci spostare la data al 1922. Nel foglio 9, infatti, Marinetti parla di pussisti e pipisti (v. note 12 e 13), intendendo gli appartenenti rispettivamente al Partito Socialista Unitario (PSU), fondato nel 1922, e al Partito Popolare Italiano (PPI), fondato nel 1919.
Il termine spregiativo pussista proviene, in questo caso, dal 1922 e i “quindici anni fa” corrisponderebbero al 1907, quando sulla rivista «Poesia» si parlò di nuovo del verso libero, sia riguardo all’Inchiesta sia riguardo allo studio critico Il verso libero di Gian Pietro Lucini annunciato di prossima pubblicazione sul numero 1-2-3-4 del febbraio-maggio 1907. E così anche nel numero successivo, il 5-6-7-8 del giugno-settembre 1907.
Ma nell’ultimo foglio Marinetti dice che le Edizioni Futuriste di “Poesia” erano state interrotte alle opere Piedigrotta di Cangiullo (1916), Sam Dunn è morto di Bruno Corra (1917), Equatore notturno di Mariano (1916) e L’Arte dei Rumori di Russolo (1916) e «hanno ripreso nell’estate scorsa con nuove audacissime opere quali: Caffeconcerto di Cangiullo, 8 anime e una bomba, di Marinetti, Vostro marito non va? Cambiatelo! di Dessy e Firmamento di Armando Mazza».
- Caffeconcerto è del luglio 1919
- 8 anime e una bomba è del maggio 1919
- Vostro marito non va? Cambiatelo! è del 1919
- Firmamento è del febbraio 1920, secondo lo Studio Bibliografico L’Arengario.
Da come scrive – «hanno ripreso nell’estate scorsa» – siamo verso la fine del 1919, data che non collima né con «Dimenticano che quindici anni fa» (perché saremmo quindi nel 1904, quando la rivista «Poesia» non esisteva ancora) né con il riferimento ai pussisti.
Tuttavia furono definiti pussisti anche agli appartenenti al Partito Socialista Ufficiale Italiano (quando fu così definito il deputato Cleto Sciorati) e del Partito Socialista Italiano (quando fu così definito l’avvocato e politico Francesco Rossi) già nel 1920. Dunque è da intendere pussista il socialista.
La frase finale cassata, «che pubblichiamo ora», riguardo a Firmamento di Armando Mazza, che fu pubblicato nel febbraio 1920, ci fa capire che molto probabilmente il manoscritto è databile tra la fine del 1919 e il gennaio 1920.
Verso libero e Parole in libertà Futuriste
Noi odiamo la storia. Non vi farò dunque la storia del futurismo. Mi accontenterò di parlarvi della tappa2 da noi raggiunta nel durissimo3 cammino ascendente verso le4 cime magnetiche di un lirismo assoluto. Questa tappa si chiama: le parole in libertà5.
Fra una battaglia e l’altra della nostra grande guerra sognata e voluta da noi, primissimi, combattuta e vinta da noi con allegrezza giovanile, in trincea, in licenza o all’ospedale noi futuristi abbiamo continuato a creare, collaborando6 colla conflagrazione novatrice per rinnovare la concezione estetica del mondo.
La vittoria delle parole in libertà è ormai un fatto compiuto. Sono centinaia i paroliberi futuristi italiani.
Le parole in libertà orchestrano i colori, i rumori e i suoni, combinano i materiali della lingua e dei dialetti, le formole aritmetiche e geometriche, i segni musicali, le parole vecchie, deformate o nuove, i gridi degli animali, delle belve e dei motori.
Le parole in libertà spezzano in due nettamente la storia del pensiero e della poesia umana, da Omero all’ultimo fiato lirico della terra.
Prima di noi gli uomini hanno sempre cantato come Omero, con la successione narrativa e il catalogo logico di fatti, immagini, idee. Fra i versi di Omero e quelli di Gabriele D’Annunzio non esiste differenza sostanziale.
Le nostre tavole parolibere, invece, ci distinguono finalmente da Omero, poiché non contengono più la successione narrativa, ma la poliespressione simultanea del mondo.
Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo come somma di forze in moto che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione.
Campo di ricerche difficilissime, piene d’incertezze, lontane dal successo e dall’approvazione del pubblico. Tentativi eroici dello spirito che si proietta al difuori di tutte le sue norme di logica e di comodità.
Alcuni futuristi geniali, dopo aver fatto uno sforzo formidabile per crearsi un nuovo modo d’espressione colle parole in libertà, ricadono stanchi e vinti sui divani più comodi del verso libero.
Tutti gli eserciti hanno un certo numero di disertori, di ammalati o di deboli. Tutte le squadre lasciano indietro delle torpediniere arenate. Si consolano questi ex-futuristi chiamando temerarii i veloci, tenaci e instancabili futuristi paroliberi. Sul loro divano o sul loro banco di sabbia inalberano il verso libero come una bandiera creata oggi da loro. Dimenticano che quindici anni fa Paolo Buzzi, G.P. Lucini, Luciano Folgore ed io, nella rivista internazionale Poesia e in più di cento conferenze e declamazioni sui simbolisti e versoliberisti francesi, difendevamo e glorificavamo il verso libero. Nella mia Inchiesta internazionale sul verso libero7, alla quale parteciparono tutti i poeti di quel tempo8, e che oggi ristampiamo9 per sodisfare la vivissima curiosità degli intellettuali, il verso libero apparve come una liberazione urgente dal verso classico.
Il verso libero futurista era per noi un perpetuo dinamismo del pensiero, una corrente ininterrotta d’immagini e di suoni; era per noi il solo mezzo per esprimere l’effimero, instabile e sinfonico universo che si fucina in noi e con noi.
Il verso libero futurista era il dinamismo della nostra coscienza malleabile, interamente realizzato; era l’io integrale cantato, dipinto, scolpito indefinitamente nel suo perpetuo divenire aggressivo; era un succedersi di stati lirici che escludeva ogni idea parnassiana di esteriorità reciproca d’estensione.
Glorificare dunque oggi il verso libero significa essere in ritardo di vent’anni, prendere un veliero per un rimorchiatore, cercare delle scuse alla propria vigliaccheria.
Alcuni futuristi si sentono nascere fra le gambe dei piedestalli egoistici di gloria, e muoiono come pesci sulla sabbia. Altri credono di dar luce propria, e si allontanano, povere lune, dal sole futurista, coi loro raggi contagocce. Altri, entrati tardi in una biblioteca, vi si sono addormentati come dei pezzenti in un palazzo fatato.
In genere, non nutrono una grande ambizione artistica; vogliono l’applauso immediato dei cretini e delle sciocche, odiano i giovanissimi perché ne temono la concorrenza. Reduci gloriosi e mutilati delle battaglie futuriste, criticano ciò che avviene in trincea. Altri, come vecchi territoriali, sono troppo carichi di figli (libri, quadri). Vegetano ora nel Deposito. Ma certamente, dopo un breve riposo, sentiranno la nausea della caserma, e torneranno in linea.
Allora, seguendo il mio esempio, utilizzeranno i loro figli (libri, quadri) come sacchi a terra, come scaldaranci10 o come proiettili. Mando a loro questo augurio fraterno.
Noi continuiamo la lotta, aprendo nuovi varchi, con fervida solidarietà d’Artisti, senza raccogliere i frutti della vittoria, né le decorazioni.
Siamo sfrenati, veloci, indipendenti, ma legati dalla passione comune di vincere il Buio, il Chiuso, il Vecchio, il Monotono, il Lento, il Pedante, nemici eterni del nostro Genio.
L’arte è l’espressione più alta di una razza. Noi paroliberi futuristi italiani combattiamo con tutti i mezzi, instancabilmente, per creare la nuova arte italiana, che rimorchierà necessariamente tutta la sensibilità artistica mondiale.
Malgrado la meravigliosa vittoria, la guerra non è finita. Da Vittorio Veneto ad oggi, le battaglie si sono susseguite ininterrottamente nelle piazze d’Italia, cosicché noi paroliberi futuristi fummo costretti ad alternare elasticamente11 l’arte coll’azione, scagliando nello stesso giorno polemiche, liriche, parole in libertà, contro pedanti e critici passatisti, cazzotti e legnate contro rinunciatarî, nittiani, pussisti12 e pipisti13.
Malgrado la fatica e il tempo strangolato da una lotta così diabolicamente intensa e varia, il movimento futurista ha ripreso tutta la sua attività di esposizioni, di conferenze e di edizioni futuriste14.
Cresce ogni giorno il numero dei grandi editori che accolgono e ricercano le opere dei futuristi. Citiamo ad esempio Treves, che ha pubblicato Versi liberi di Paolo Buzzi; l’Istituto Editoriale Italiano, che ha pubblicato i Manifesti futuristi, il Teatro Sintetico, Addio, mia sigaretta di Mario Carli, ecc.; l’editore Facchi, che ha pubblicato, oltre alle opere del futurista Bruno Corra, Purosangue di Bontempelli, Bel Cadavere di Buzzi, Uno di Dessy, la mia Democrazia futurista, Un ventre di donna, di Marinetti – Robert, ecc.; l’editore Ugoletti, che ha pubblicato Crepapelle di Folgore; l’editore Vallecchi, che ha pubblicato Città veloce di Folgore e il Libro di un teppista del pittore futurista e Ardito Ottone Rosai; l’Editrice Italiana di Napoli, che ha pubblicato il Debutto del Sole di Francesco Cangiullo.
Date queste continue e naturali vittorie del Futurismo e dei futuristi in Italia, noi riserviamo le Edizioni Futuriste di “Poesia” a quelle opere assolutamente futuriste che per la violenza e l’estremismo del pensiero e per le difficoltà tipografiche non possono essere pubblicate dagli15 altri editori.
Le Edizioni Futuriste di “Poesia”, che dovettero essere interrotte alle ultime importanti opere audacissime: Piedigrotta, di Cangiullo16, Sam Dunn è morto, di Bruno Corra, Equatore notturno di Mariano e L’Arte dei Rumori di Russolo, hanno ripreso nell’estate scorsa con nuove audacissime opere quali: Caffeconcerto di Cangiullo, 8 anime e una bomba, di Marinetti, Vostro marito non va? Cambiatelo! di Dessy e Firmamento di Armando Mazza17.
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1 Domenico Cammarota, Filippo Tommaso Marinetti : bibliografia, Skira, 2002.
2 Cassato «ormai».
3 Cassato «scabro».
4 verso le] «delle».
5 Nel 1913 Marinetti pubblicò due manifesti sulle parole in libertà: “L’immaginazione senza fili e le parole in libertà” e “Dopo il verso libero le parole in libertà”.
6 Aggiunto fra le righe.
7 Marinetti lanciò l’Inchiesta internazionale sul verso libero nel numero 9 dell’ottobre 1905 della rivista «Poesia».
8 Cassato «io dichiaro il verso libero una liberazione necessaria e».
9 L’Enquête internationale sur le Vers libre fu stampato nel 1909 per le Editions de “Poesia”, ma non risultano ristampe.
10 Dal Grande dizionario della lingua italiana: Rotolo di carta imbevuto di paraffina o di cera, usato, nel corso della Prima guerra mondiale, dai soldati che si trovavano in prima linea per scaldare il rancio.
11 Da “l’arte” a “giorno” aggiunta inserita fra due righe.
12 Nei Taccuini 1915-1921 Marinetti chiamò “pussisti” le guardie di pubblica sicurezza, i poliziotti, derivandolo da pu[bblica] s[icurezza], in senso spregiativo da pus. Allo stesso modo, Mussolini chiamò pussisti i membri del Partito Socialista Unitario (PSU), fondato nel 1922, scambiando PSU con PUS, da cui pussista. In questo caso, dal momento che Marinetti parla di nittiani (seguaci di Francesco Saverio Nitti) e di pipisti (vedi nota seguente), è da intendere pussisti in senso politico.
13 Iscritti al Partito Popolare Italiano (PPI), fondato nel 1919.
14 Seguono 3 righe cassate, illeggibili.
15 Cassato «editori».
16 Aggiunto fra due righe.
17 Cassato «che pubblichiamo ora».
