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2 dicembre 1944 – 2 dicembre 2024

Les Dieux s’en vont, Marinetti reste. Quali dei? Esiste un Olimpo di poeti e scrittori? Un Olimpo inattaccabile, inavvicinabile, inaccessibile? Precluso a chi, nella sua vita, non s’è allineato a pensieri preconfezionati, ma da sé ha lastricato la propria strada letteraria?

Nell’Italia post-fascista, nella democratica e libera Italia repubblicana per Filippo Tommaso Marinetti è calata la scure della damnatio memoriae: per quasi 15 anni nessuna riedizione delle sue opere.

Bisognerà attendere il 1959 perché Walter Vaccari ne pubblichi una biografia (Vita e tumulti di F.T. Marinetti) e il 1960 per avere tutto il teatro.

Oggi il poeta combattente e il suo movimento sono sempre più studiati e saggi critici e biografici continuano a essere pubblicati e parimenti opere edite e inedite.

Le parole dei detrattori

Il Futurismo e il suo inventore furono avversati fin dall’inizio. Marinetti l’aveva sicuramente previsto, viste le idee violente, distruttive e rivoluzionarie che propugnava il Manifesto di Fondazione.

Già dal 28 marzo 1909, quindi a poche settimane dal lancio del movimento, sulla rivista «Supplemento Letterario» comparve un ironico articolo a firma di Manfredo Baccini (1879-1921).

L’articolo, dal titolo “Futurismo”, parla erroneamente di un’accademia o scuola letteraria fondata da “un poeta, direttore di una rivista”. Il poeta ovviamente è Marinetti e la rivista è «Poesia», come l’autore spiega poche righe dopo.

Baccini definisce il Futurismo «un insieme di idee prese in prestito al passato, al presente e al futuro; una specie di cacciucco di germi rivoluzionari, condito dal piccante zenzero di un individualismo sfrenato, un minestrone composto nel cui brodo impepato galleggiano erbucce di tutte le qualità, un beverone collettivo a cui possono dissetarsi poeti, egoarchi e teppisti».

Chiude l’articolo augurando un pieno insuccesso a Marinetti: «ora sarebbe troppo che le forze ignote1 rispondessero pan per focaccia a F.T. Marinetti e lo costringessero ad essere l’unico lettore di Poesia e l’unico socio del “Futurismo”».

Le cose, a dispetto di quanto scrisse Baccini, andarono per fortuna diversamente. Riguardo alla rivista «Poesia», nel 1909 stava per concludere la sua vita editoriale, essendo attiva già dal febbraio 1905. Marinetti non ne fu l’unico lettore.

Subito dopo la morte di Marinetti, nel Compendio di storia della letteratura italiana per le scuole medie superiori (“La Nuova Italia” editrice, 1945) l’autore, Natalino Sapegno (1901-1990), scriveva, a proposito del Futurismo:

… né può considerarsi un poeta il suo fondatore, FILIPPO TOMMASO MARINETTI (n. Alessandria d’Egitto, 1876-19422) , che è piuttosto un personaggio rappresentativo di una certa civiltà e un abile raccozzatore e agitatore di certe idee correnti nella cultura del suo tempo, francese e anche italiana, le quali acquistano un’apparenza di novità e di sistema, passando attraverso l’indubbia e alquanto mistificatoria abilità dei suoi procedimenti aforistici e delle sue chiassose esemplificazioni.

Forse il Sapegno avrebbe dovuto leggere tutta l’opera poetica, non certo indifferente, di Marinetti: quasi 30 volumi fra poemi e sillogi poetiche pubblicati in vita. Forse avrebbe dovuto anche informarsi su quanto fosse apprezzata la sua poesia, anche in Francia.

Continua l’autore:

Non a caso Marinetti diventò il poeta dell’espansionismo africano, della rettorica guerrafondaia e del fascismo.

Che un critico scriva certe inesattezze – o, meglio, certe mezze verità – dispiace: di sicuro Marinetti ha declamato la guerra in alcune sue opere, basti pensare al Poema africano della Divisione “28 ottobre”, al Poema dei sansepolcristi, a Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana e ai successivi poemi composti fra il 1942 e il 1944, ispirati dalla guerra in corso.

Ma è assolutamente riduttivo parlare di Marinetti come del poeta che esaltò colonialismo, guerra e fascismo. Non diventò il poeta “dell’espansionismo africano, della rettorica guerrafondaia e del fascismo”, ma è naturale che determinati eventi entrarono a forza nelle sue opere, discorso valido per qualsiasi autore e poeta.

L’anno successivo, nel 1946, Enrico Gianeri (1900-1984) scriveva nella sua opera Il piccolo re. Vittorio Emanuele nella caricatura (Fiorini, 1946):

Mussolini vociferava. D’Annunzio sviolinava e tutti e due credettero – il terzo fu F.T. Marinetti – di aver trascinato «loro» l’Italia in guerra.

Si accenna naturalmente alla Prima guerra mondiale. Anche qui bisogna precisare che i futuristi sono stati fra i primi interventisti. Marinetti non trascinò, né credette di trascinare, l’Italia in guerra, ma insieme ai futuristi fu favorevole all’intervento.

Già dal settembre del 1914 furono organizzate dai futuristi due dimostrazioni contro l’Austria, culminate con 8 bandiere austriache bruciate e l’arresto e incarcerazione a San Vittore.

Il lungo cammino di Marinetti

Egitto Francia Italia: le 3 anime di Marinetti. Il poeta combattente nacque ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani e frequentò le prime scuole in lingua francese. Infine fu Milano a divenire la sua città.

Sebbene di cultura quasi totalmente francese, Marinetti si sentì italianissimo, forse anche per imporre un’identità nazionale e culturale a se stesso. Per avere anch’egli delle radici e non sentirsi un apolide. In fondo, l’Egitto fu soltanto il paese in cui ebbe i natali, perché là s’erano trasferiti i genitori. E nel collegio dei gesuiti si parlava in francese.

Marinetti ha imparato a scrivere in quella lingua – tutte le opere della prima decade del ’900 sono in francese e anche 4 della seconda – ma poi è riuscito a padroneggiare così bene l’italiano da inventare le parole in libertà. Un nuovo stile. Un nuovo linguaggio.

Volle il Futurismo un’invenzione tutta italiana. E per tutta la vita si batté per l’Italia. Il cammino di Marinetti fu lungo, fu un cammino avventuroso, tumultuoso, poetico, letterario, dinamico, caffeinico, futuristico soprattutto. Fino alla fine.

Marinetti: una complessa personalità

Su Marinetti è stato detto e scritto di tutto. Anche all’interno dello stesso movimento c’era chi non apprezzava il poeta come figura di “capo” del Futurismo.

Gian Pietro Lucini (1867-1914) fu probabilmente il primo a criticare Marinetti, già dall’apparire del Manifesto. In una lettera del 5 febbraio 1909 scrisse:

[…]

Se tu desideravi che io avessi ad accogliere senz’altro il programma, dovevi mandarmelo in bozze, nelle quali io avrei fatto le mie riserve ed aggiunte, che se accettate da te avrebbero integrato la nuovissima ragione estetica. Non l’hai fatto ed è un peccato, perciò mi tiro in disparte. Avrei voluto che il Futurismo non uscisse come una nuova creazione di scuola, ma come una constatazione di un fatto psichico ed artistico moderno, come non una insegna di bottega ma un indice di vita e di letteratura.3

Se Marinetti avesse dovuto mandare le bozze del Manifesto a tutti i suoi amici – quanto meno a quelli che reputava di poter accogliere nel movimento – per aggiunte, modifiche, integrazioni, quando sarebbe nato il Futurismo? Probabilmente mai.

Era una sua creatura e l’ha lanciata. Chi non ha voluto aderire non ha aderito, per buona pace di tutti.

Non vedo, inoltre, nel Manifesto di Fondazione nulla che lasci intendere “una nuova creazione di scuola” né tanto meno “una insegna di bottega”. I punti programmatici rappresentano l’essenza del Futurismo, il suo significato.

La gentilezza, la pazienza, la signorilità di Marinetti si evince da ciò che scrisse nella prefazione al volume Revolverate di Lucini, quello stesso anno:

Del Futurismo, G. P. Lucini è il più strano avversario, ma anche, involontariamente, il più strenuo difensore.

Il suo spirito socratico, le sua cultura enorme, il suo isolamento doloroso dagli esseri e dai frangenti reali ne fanno un uomo che serba tenace gli amori per molte varie propagini del Passato. Egli ha dichiarato di non essere un settatore del Futurismo. E sia. Ma se non tali i suoi amori, tutti i suoi odi sono i nostri. La intera sua mirabile azione letteraria si risolve in un’avversione implacabile delle formule cieche ed impure onde così spesso la Poesia italiana, anche celebratissima, è andata rivestendosi, specie in questi ultimi anni di equivoca fortuna, e il Lucini ha strenuamente combattuto queste viete forme consunte, nella sua opera magistrale: Il Verso libero, che è senza dubbio una delle più alte, delle più sfolgoranti vette del pensiero umano.4

Indubbiamente Marinetti aveva una personalità complessa, non sempre tollerata da tutti. Gli si contestava la qualifica di capo, ma chi altri possedeva il suo carisma, la sua genialità, le sue abilità organizzative e, non ultime, le sue disponibilità economiche?

È grazie a tutto ciò che Marinetti ha potuto lasciare incidere un’impronta eterna nella letteratura italiana e nell’arte in generale.

Dei suoi detrattori non si parla quasi per nulla, i più sono rimasti sconosciuti, risucchiati nell’oblio in cui vivevano.

80 anni fa scompariva F.T. Marinetti: un poeta, uno scrittore, un declamatore, un animatore, un patriota, un combattente. E di lui si parla ancora, nel bene e nel male, come accade sempre – e sempre accadrà – per i geni.

1 L’autore si riferisce al punto 7 del Manifesto: “Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.”

2 Sbaglia la data.

3 Gianni Eugenio Viola, L’utopia futurista, Longo Editore, 1994, p. 49.

4 Gian Pietro Lucini, Revolverate, Edizioni di “Poesia”, 1909, pp. 10-11.

Commenti, fischi, applausi, zuffe

  • L'Orsa elettrica
    Pubblicato: 11 Dicembre 2024 12:04

    Bellissimo pezzo!
    La scomparsa fisica di Marinetti è solo una pausa nella narrazione. Il suo spirito vive nelle città che corrono, nei treni che sfrecciano, nei pixel e nei nei messaggi fulminei che viaggiano nei circuiti digitali.
    Effetì non riposa in pace, corre ancora nei nostri pensieri, più veloce della luce.

    • Daniele Imperi
      Pubblicato: 11 Dicembre 2024 12:08

      Grazie. È vero, Marinetti è ancora presente, soprattutto per il suo lascito.

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