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Nel suo manifesto “In quest’anno futurista” – pubblicato su un volantino il 29 novembre 1914 – Marinetti scriveva:

Poiché un passato illustre schiacciava l’Italia e un avvenire infinitamente più glorioso ribolliva nel suo seno, appunto in Italia, sotto il nostro cielo troppo voluttuoso, l’energia futurista doveva nascere, sei anni fa, organizzarsi, canalizzarsi, trovare in noi i suoi motori, i suoi apparecchi di illuminazione e di propagazione. L’Italia, più di qualunque altro paese, aveva un bisogno urgente di futurismo, poiché moriva di passatismo. L’ammalato inventò il proprio rimedio. Noi siamo i suoi medici occasionali1.

Il “rimedio medico” dei futuristi nei sei anni che vanno dal 1909 – nascita del movimento – al 1914 ha già sanato pittura, musica, drammaturgia, scultura, letteratura, politica, teatro, estetica. Che prima o poi il suo toccasana raggiungesse anche la cucina era solo questione di tempo.

Non appaia come una stramberia di quegli anni un manifesto dedicato alla cucina futurista – che Marinetti firmò insieme a Fillìa2 nel 1930. Possiamo quasi asserire che i germi del manifesto fossero già racchiusi in quello del 1914:

Il futurismo, nel suo programma totale, è un’atmosfera d’avanguardia; è la parola d’ordine di tutti gli innovatori o franchi-tiratori intellettuali del mondo; è l’amore del nuovo; l’arte appassionata della velocità; la denigrazione sistematica dell’antico, del vecchio, del lento, dell’erudito e del professorale; è un nuovo modo di vedere il mondo; una nuova ragione di amare la vita; un’entusiastica glorificazione delle scoperte scientifiche e del meccanismo moderno; una bandiera di gioventù e di forza, di originalità ad ogni costo;

In questo brano le parole “programma totale”, “avanguardia”, “amore del nuovo”, “denigrazione del vecchio”, “nuovo modo di vedere il mondo” e “originalità” ci suggeriscono che le innovazioni introdotte dai futuristi dovevano estendersi totalmente a tutto ciò che riguardava la società del Novecento, cucina inclusa.

La cucina rientrava a pieno titolo nella lotta contro il tradizionalismo, ribadita in vari proclami: per i futuristi la cucina italiana tradizionale era sinonimo di passatismo, poiché significava un attaccamento alle ricette del passato, tramandate da una generazione all’altra e quindi per nulla originali, novatrici, futuriste.

I prodromi della cucina futurista, se così possiamo definirli, risalgono al 1910, in quella che al tempo era una città sotto il dominio austro-ungarico: Trieste. In occasione della prima memorabile serata futurista, tenutasi al Politeama Rossetti il 12 gennaio, i triestini organizzarono in onore di Marinetti un gran pranzo futurista servito a rovescio:

  • Caffè
  • Dolci memorie frappées
  • Frutta dell’Avvenire
  • Marmellata di gloriosi defunti
  • Arrosto di mummia con fegatini di professore
  • Insalata archeologica
  • Spezzatino di passato con piselli esplosivi in salsa storica
  • Pesce del Mar Morto
  • Grumi di sangue in brodo
  • Antipasto di demolizioni
  • Vermouth

I 4 della cucina futurista: Apollinaire Maincave Irba Marinetti

Le tappe che portarono alla pubblicazione del manifesto di Marinetti e Fillìa partono dal 1912 viaggiando dalla Francia all’Italia fino al 1930: un viaggio spaziotemporale di oltre 18 anni:

  • Maggio 1912: una cena in casa Apollinaire
  • Settembre 1913: il manifesto “La cuisine futuriste” di Jules Maincave
  • Maggio 1920: il manifesto “Culinaria futurista” di Irba Futurista
  • Dicembre 1930: “Il Manifesto della cucina futurista” di F.T. Marinetti e Fillìa

Dunque, tutto cominciò con una cena a casa di Guillaume Apollinaire3 e si concluse con un pranzo, ricordando il primo capitolo dell’opera di Marinetti e Fillìa La cucina futurista: “Un pranzo che evitò un suicidio”.

Secondo il poeta francese, la nuova scuola di cucina stava all’antica arte culinaria come il teatro stava alla poesia antica e la pittura di Picasso alla pittura antica. Quella sera del maggio 1912 ebbe luogo un incontro fra i due giovani chef della Bresse Joachim Gravant e Jean-Louis Pignat, che avevano elaborato una cucina più vicina all’arte che alla scienza. Era presente anche Méritarte, famoso per le sue bizzarre abitudini culinarie, amico di Apollinaire.

Qui compare la prima stranezza sulla storia della cucina futurista: L’Ami Méritarte è un racconto pubblicato da Apollinaire il 21 maggio 1912 sulla rivista «Paris-Journal». A quanto pare, Méritarte – giudicato da Apollinaire un grande inventore culinario – convinse i due cuochi a dedicarsi alla nuova arte, che chiamarono astronomismo, o cucina astronomica, in memoria dell’astronomo Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande4, che aveva stravaganti gusti alimentari: era infatti celebre per le sue prove di degustazione e per i suoi piccoli bocconi a base di ragni e bruchi5.

Questo evento è descritto da Apollinaire:

Ces nouvelles tendancesa se révélèrent au mois de mai 1912, lors de la rencontre qui eut lieu chez moi de deux jeunes cuisiniers bressans: MM. Joachim Gravant et Louis Pignat. Je ne vous donnerai point de détails sur cette entrevue. Qu’il me suffise de dire que l’ami Méritarte, mort récemment et qui fut un grand inventeur culinaire’, était là et que sa conversation décida les jeunes cuisiniers bressans à se vouer désormais au nouvel art.

On l’appela gastro-astronomisme en mémoire de l’astronome Lalande qui fut fameux par ses essais de bouche. Tout le monde sait qu’il mangeait avec délices des araignées et des chenilles, dont il portait toujours sur lui une provision dans une bonbonnière.6

Nel settembre 1912 si tenne a Lons-le-Saunier la prima cena gastro-astronomica, tra le cui portate figuravano:

  • Violette fresche senza gambo condite con limone7
  • Bottatrice di fiume cotta con foglie di eucalipto
  • Controfiletto al sangue condito con tabacco da fiuto8
  • Quaglie avvolte nella pancetta e cotte in un brodo di liquirizia preparato il giorno prima
  • Insalata condita con olio di noci e acquavite di vinaccia invecchiata
  • Formaggio Reblochon, aromatizzato con noce moscata grattugiata
  • Frutta di stagione

L’intenzione di questi innovatori non consisteva nel placare la fame, bensì nel creare opere d’arte.

Trascorse un anno e il 1° settembre 1913, sul numero 171 della rivista «Fantasio», il giornalista e scrittore André Charpentier9 introdusse il manifesto “La cuisine futuriste” di un non ben identificato chef Jules Maincave10. L’incipit ricorda lo stile autoritario e dogmatico dei manifesti marinettiani:

Cuisines, oubliettes empuanties, caves à charogne, ténébreuses officines où s’élaborent les roux immondes, cavernes d’infection où de louches bandits malaxent la fade et nauséabonde pâture à jeter aux millions de bouches humaines qui béent à heures fixes vers une satisfaction jamais inassouvie!11

Maincave attaccò sia le secolari abitudini alimentari dell’uomo sia gli chef che annullano la sensazione gustativa. Il palato umano, sostenne il cuoco francese, era il centro dei più alti godimenti, dei piaceri più raffinati, mentre veniva considerato un mero imbuto. L’uomo, disse, si era nutrito per secoli come una bestia. I tempi moderni e le nuove concezioni scientifiche richiedevano invece un’innovazione dell’arte culinaria, ancora allo stadio primitivo.

Nelle parole di Maincave riconosciamo tutto lo spirito futurista introdotto da Marinetti: un taglio netto con il passato e l’esigenza e la necessità di un totale rinnovamento al passo con la modernità. È lo stesso Maincave a riconoscerlo: «Toccò al Futurismo rinnovare l’arte culinaria».

Autoritarismo, dogmatismo, ma anche l’aggressività del linguaggio marinettiano si riscontrano nella “Cuisine futuriste” di Maincave:

Chefs et marmitons, aventuriers éhontés, votre livrée blanche sera votre suaire. Nous projetterons les rayons de notre soleil dans l’antre de vos cuisines, et les ténèbres seront dissipées. Nous bouleverserons vos buffets, nous renverserons vos fourneaux, nous jetterons au ruisseau vos pâtes de peste et vos fioles de pus.12

La cucina futurista del cuoco francese si proponeva dunque di creare nuove sensazioni gustative. Il manifesto francese precorreva l’arte culinaria proposta da Marinetti: «Noi cuochi futuristi abbiamo bisogno di luce, di aria fresca, di cielo!» sostenne Maincave. «Quindi abbiamo posizionato la cucina nella parte superiore della casa, come se fosse lo studio dell’artista».

Più tardi, nel 1932, nell’opera La cucina Futurista, scritta da Marinetti a quattro mani con Fillìa, il poeta scrisse: «La luce è pure una delle realtà fondamentali dell’architettura moderna e deve essere “spazio”, deve far parte vivente con le altre forme della costruzione. […] A Parigi, a Berlino, a Vienna, centinaia di Bar sono in stile futurista. In essi è igiene, economia, luminosità, spazio, splendore di metalli e di cristalli»13.

Più volte il poeta combattente ribadì il carattere artistico della nuova cucina italiana. “La cuisine futuriste” comparve in traduzione italiana, forse a opera di Marinetti, il 22 maggio 1927 nel numero 21 del settimanale «La Fiera Letteraria», con il titolo “Manifesto della cucina futurista”.

Nel preambolo il poeta parlò di un incontro avvenuto fra lui e Maincave, che avrebbe dovuto essere seguito dal lancio del manifesto del cuoco francese, rimandato a causa del suo arruolamento nel 90° Reggimento di fanteria durante la Grande Guerra. Si racconta che eseguisse esperimenti di cucina futurista, con miscele di erbe raccolte nei boschi per conferire particolari aromi agli stufati o le “bistecche d’attacco” alla grappa o un purea di formaggio con vino.

Secondo le varie fonti, Maincave morì sulla Somme vicino alla sua cucina rotabile durante un bombardamento. Marinetti scrisse che dopo la morte del cuoco fra le sue carte fu ritrovato il manifesto della cucina futurista. Ma su questo fatto torneremo più avanti.

Dal 1912 dobbiamo fare un salto temporale di quasi sette anni, fino al 9 maggio 1920, quando nella prima pagina del numero 83 del periodico «Roma futurista» – settimanale del movimento – comparve il manifesto “Culinaria futurista” a opera di Irba, pseudonimo della poetessa Irene Bazzi.

Con il suo manifesto Irba proponeva a Marinetti un rinnovamento dell’Arte culinare futurista14. Irba si concentrava su tre caratteristiche: variabilità, forma e colore. Nella variabilità la poetessa voleva rompere il «noiosissismo e passatista ordinamento del consumatore», sconvolgendo l’ordine di portata dei pasti iniziando dalla fine o anche dal mezzo15.

Secondo Irba, bisognava sconvolgere l’ordine anche all’interno del pasto stesso, per esempio una fetta di salame sopra una di mela – come affermò di apprezzare la poetessa. Il pasto doveva accontentare il gusto del consumatore.

Nella forma era necessario curare l’estetica delle pietanze, disponendole in forme simmetriche o asimmetriche, ma comunque gradevoli alla vista.

Il colore, infine, rivestiva un ruolo primario nelle portate: abolire il bianco della porcellana, la monotonia di un colore uniforme. I futuristi adorano il colore e la loro tavola «deve ridere di gioia nella diversità dei rosso-giallo-verdi-azzurro dei piatti grandi-piccoli-ovali-quadri-tondi», un tripudio di colori per stuzzicare l’appetito.

28 dicembre 1930: la cucina futurista è ufficiale

Arriviamo finalmente all’ultima tappa del nostro viaggio nella storia della cucina futurista italiana. Sulla «Gazzetta del Popolo» di Torino, il 28 dicembre 1930, a pagina 3 compare il “Manifesto della cucina futurista”, firmato dal solo Marinetti, almeno sul giornale. Due anni dopo, nel 1932, il manifesto fu ripubblicato nel volume La cucina futurista, a firma sia di Marinetti sia di Fillìa.

«Il Futurismo italiano» avverte Marinetti nella sua introduzione all’opera «affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina»16. E l’impopolarità non tarderà ad arrivare, specialmente dopo aver letto il primo punto del manifesto, “Contro la pastasciutta”, piatto tipico italiano che scatenò, come c’era da aspettarsi, polemiche a non finire.

Perché fu necessario un rinnovamento nella cucina italiana? Soltanto per una questione futurista o v’erano ragioni più profonde?

Dobbiamo tornare indietro di un mese, al 15 novembre (ne parla Marinetti nel libro), quando si tenne un banchetto in onore dei futuristi al ristorante Penna d’oca di Milano. I nomi delle vivande proposte erano più poetici che avanguardisti e i piatti stessi avevano appena la pretesa di un’originalità, ma di fatto appartenevano ancora alla gastronomia tradizionale.

Alla radio, quel giorno, il poeta fece capire a tutti che il rinnovamento dell’alimentazione italiana non partiva soltanto dal consueto abbandono del passato, della tradizione, del vecchiume, ma doveva adattarsi «alle necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti alla razza. La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principî, l’abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti»17.

Ecco che il Futurismo, pur con il consueto linguaggio aggressivo e le sue esagerazioni, si fa promotore di una cucina più sana. Non proprio una Nouvelle Cuisine ante litteram – che Marinetti, per la valorizzazione dei piatti regionali e la riscoperta dei piatti contadini e borghesi, avrebbe considerato passatista.

Nel secondo punto, “Invito alla chimica”, gli autori parlano di dare al corpo le calorie necessarie grazie a equivalenti nutritivi, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine.

Con il terzo punto, il “Carneplastico”, giungiamo infine alla parte artistica della cucina futurista. Forte dell’antico detto “Anche l’occhio vuole la sua parte” – passatismo ammesso e non concesso – le vivande devono essere presentate per nutrire gli occhi ed eccitare la fantasia. Il Carneplastico fu un’invenzione di Fillìa, che sinteticamente interpretava i paesaggi italiani.

Una delle grandi innovazioni della cucina futurista – che non riscontriamo nei precedenti tentativi di rinnovamento dell’alimentazione18 – fu la partecipazione degli altri sensi alla consumazione dei pasti: Marinetti e Fillìa, dunque, ufficializzarono la cucina come una nuova forma d’arte, un’arte completa, totale anche, in cui il gusto perdeva la propria egemonia e condivideva il proprio spazio con l’olfatto19 (l’uso dei profumi per favorire la degustazione), il tatto20 (abolendo le posate, si otteneva un piacere tattile e prelabiale), l’udito (la musica fra una vivanda e l’altra per ripristinare una “verginità degustativa”).

Non mancarono proposte puramente futuristiche, quali i bocconi simultanei e preparati con dieci o anche venti sapori, in una sorta di imitazione della funzione delle immagini nella letteratura, o la preparazione di vivande da mostrare ai convitati ma non da gustare, così da accendere la curiosità.

Da sempre movimento artistico promotore della tecnologia e della modernità, il Futurismo propose di introdurre a tavola una serie di strumenti scientifici: ozonizzatori, lampade per l’emissione di raggi ultravioletti, elettrolizzatori, mulini colloidali, distillatori a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. La fantascienza al servizio della cucina.

Se Marinetti e Fillìa cercavano la pubblicità, con il “Manifesto della cucina futurista” l’ottennero: la polemica che si scatenò contro l’abolizione della pastasciutta si estese in Italia e si diffuse all’estero: a Parigi, dove nel periodico «Comœdia» del 20 gennaio 1931 fu tradotto in francese il manifesto; in altri giornali francesi («Le Petit Marseillais), ma anche inglesi («The Times», «The Herald»), tedeschi («Rheinisch-Westfälische Zeitung»), olandesi («Nieuwe Rotterdamsche Courant») americani («Chicago Tribune»), ungheresi, giapponesi, egiziani, australiani e di altri paesi comparvero articoli, commenti, caricature.

Innovativa, originale anche, ma soprattutto la cucina futurista fu, forse inconsapevolmente, di ispirazione alla cucina moderna: l’attenzione verso l’estetica del cibo che oggi ritroviamo nei programmi televisivi dedicati alla cucina.

Nel linguaggio della ristorazione è da tempo entrato il verbo impiattare21, ossia l’arte di disporre le pietanze nel piatto con eleganza, in modo accurato. Nel loro libro Marinetti e Fillìa lamentavano la mancanza di estetica nelle vivande, peculiarità dei dolci.

La cucina, scrissero, necessitava di uno studio completamente artistico. Non doveva limitarsi alla semplice disposizione del cibo in modo ordinato nei piatti, ma raggiungere la perfezione grazie all’armonia in tavola, scegliendo posateria, vasellame, cristallerie e perfino gli addobbi.

“Verso una imperiale arte cucinaria”

Dal 1932 andiamo avanti di sei anni, non per un’ulteriore tappa nella storia della cucina futurista, ma per un’inchiesta promossa da Marinetti nel periodico «Scena Illustrata» del maggio 1938.

Marinetti poneva ai lettori una serie di 11 domande per rinnovare ulteriormente la cucina italiana, considerando tre principali “punti di partenza”: il tono imperiale dell’Italia22, la civiltà meccanica e la vita aerea che ha eccitato l’istinto di sintesi e brevità.

Così nacque l’inchiesta “Verso una imperiale arte cucinaria”. In linea generale il poeta ribadiva i concetti già espressi nel “Manifesto della cucina futurista”, ma in più introduceva un’attenzione alla donna:

Data la condannabile abitudine della donna italiana che per innumerevoli ragioni tra cui quella della devozione al marito e ai bambini trascura spesso di mangiare sufficientemente e degnamente non credete utile incoraggiare in lei l’arte cucinaria e le sue necessarie invenzioni allo scopo di mangiare di più lei e strappare l’uomo al suo cocciuto conservatorismo gastronomico?

La conclusione, come ha rivelato Claudia Salaris, è spingere l’arte cucinaria futurista secondo una chiave autarchica23:

Non credete sia utile incoraggiare tutti i ben noti tentativi di una alimentazione razionale ed igienista sempre allo scopo di creare un’alta arte cucinaria sorprendente rallegrante nutriente e poco costosa cioè ita. liana e imperiale?

È davvero esistito Jules Maincave?

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo al “famoso” chef Maincave. Per una serie di circostanze dobbiamo chiederci se il cuoco francese sia davvero esistito o meno: se la risposta è no, allora la cucina futurista è un’invenzione tutta italiana. Ma cominciamo dall’inizio.

A un occhio attento appaiono subito alcune incongruenze. La prima riguarda proprio il manifesto “La cuisine futuriste” di Maincave, che apparve nel 1913 sulla rivista «Fantasio» – di ciò esistono le prove perché è possibile consultare quel periodico, in cui alle pagine 84 e 85 è presente il manifesto.

Tutte le fonti riportano che Maincave fu mobilitato nel 90° reggimento di fanteria e divenne il cuoco della sua compagnia, iniziando a praticare la cucina “futurista”. Raccontò dei suoi esperimenti culinari con la cucina rotabile ad André Charpentier, che pubblicò poi il racconto su «Fantasio». Pertanto, ciò che sappiamo per certo è quanto riferito da Charpentier.

Le stesse informazioni sono ripetute da Marinetti nel 1927 sulla «Fiera Letteraria», come introduzione alla traduzione del manifesto della cucina futurista di Maincave:

Alla vigilia della guerra vi fu un vivo clamore di polemiche nella stampa francese pro e contro le teorie culinarie futuriste di un notissimo e abilissimo cuoco francese Jules Maincave.

Il mio incontro e la mia conversazione con questo geniale artista del palato dovevano essere seguiti dal lanciamento del suo manifesto della cucina futurista perfezionato e completato.

Questo lanciamento non avvenne perché Maincave arruolatosi e divenuto cuoco del 90° reggimento fanteria in linea nelle Argonne non potè più occuparsi di propaganda.

Il Figaro raccontò più tardi come il generale Gouraud s’interessò dei piatti futuristi e particolarmente di certe costolette d’attacco e costolette di resistenza create da Maincave per preparare gli ufficiali all’assalto.

Recatosi a ispezionare quel reggimento Gouraud volle conoscere Maincave che gli offrì un pranzo. Gouraud disse: «Mi piace e ne riprendo».

Il cuoco-artista rispose commosso: «Ciò mi fa più piacere che la mia croce di guerra! Ho cucinato questo pranzo, come sempre, col fuoco stesso del nemico».

Quel fuoco glorioso uccise Maincave. Recentemente fra le carte dell’eroico cuoco venne ritrovato il manifesto integrale della cucina futurista.

Lo offriamo ai lettori invitandoli a trarne conclusioni e sviluppi.

Prima ancora di Marinetti, quelle stesse notizie su Maincave apparvero nell’Almanach de Cocagne pour l’an 1922:

Il s’appelait Jules Maincave. Vers 1914, il commençait à devenir célèbre, les journaux les plus sérieux parlaient de lui; Raoul Ponchon lui consacra une «Gazette rimée». S’il avait vécu, il serait devenu illustre comme ses grands prédécesseurs des siècles passés. Fils, petit- fils et frère de cuisiniers, il avait rénové la science du bien-manger.24

Quali sono questi “giornali più autorevoli” che parlavano del cuoco?

Riguardo alla morte del cuoco, l’Almanach de Cocagne pour l’an 1922 scrisse:

Le gentil cuisinier dadaïste fut tué peu de temps après cette journée mémorable.25

(Dobbiamo chiederci anche perché quel cuoco sia stato definito dadaista).

La gazette rimée di Ponchon fu pubblicata il 21 luglio 1913 su «Le Journal»:

Cuisine Futuriste

Un cuisinier, X…, rève d’une cuisine futuriste. (Journaux.)

Brave cuisinier futuriste,
Nous prends-tu pour des abrutis?
Tu es plus hurluberluiste
Que le seigneur Marinetti.

Je sais fort mal en quoi consiste,
En quoi surtout consistera,
L’art de ces messieurs futuristes…
Mais enfin, qui vivra verra.

Jusqu’à présent j’ai cru comprendre
Qu’ils allaient droit au plus pressé,
C’est-à-dire réduire en cendre
Tous les chefs-d’œuvre du Passé.

Si donc, comme je m’imagine,
Tu n ‘as pas d’autre rêve aussi,
Pour toi, la présente cuisine
Est une erreur de ces temps-ci

Et c’est pourquoi tu la remplaces
Par une autre de ta façon,
Qui, par un tour de passe-passe,
Ne sera ni chair ni poisson.

Le vieux pot-au-feu de nos pères,
C’en sera donc fini de lui,
Lui qui connut des jours prospères,
Et jusques au jour d’aujourd’ hui!

Les plats dont la France s’honore
Seront abolis – tu l’as dit –
Par quels remplacés? Je l’ignore…
«Sic transit gloria Mundi».

***

Mais une chose davantage
Me rend – te dirai-je – anxieux,
Que tes futuristes potages,
Sur quoi tu es silencieux…

Si tu nous parlais de la cave?
Est-elle futuriste aussi?
La question est assez grave:
Il existe entre celle-ci

Et la cuisine, ce me semble,
Un contrat qui n’est pas nouveau,
Les deux marchent toujours ensemble
Quoi qu’en pensent les buveurs d’eau.

Comme la choucroute en Bavière
– Je m’en rapporte à ses chauvins –
Réclame éperdument la bière,
Notre cuisine veut le Vin.

Si ta cuisine est futuriste,
Ton vin doit l’être, s’il te plait!
Or, je me demande, tout triste,
De quoi ce vin sera-t-il fait?

Car tu ne prétends pas, j’espère,
Arroser tes futurs brouets
Avec nos bons vins, mon compère,
Sont-ils pas, pour toi désuets?

***

Va chez la nation voisine
Cuisiner, si tu veux, mais crois,
Que chez nous la bonne cuisine
Est toujours celle d’autrefois.

Mais tous, vous vous payez de phrases,
O Futuristes! qui pensez
Qu’on puisse faire table rase
Des merveilles des temps passés,

Sauf pour votre cerveau rebelle
Pour chacun il semble évident
Que toute invention nouvelle
Dépend d’un effort précédent,

En vous écoutant, Dieu me damne!
On croit ouïr de pauvres sots
D’aéroplanistes – en panne –
Qui nieraient le vol des oiseaux!

Diverse fonti riferiscono infatti che Maincave fu ucciso il 30 ottobre 1916 nella Somme, vicino a Combles, durante un bombardamento26. Quindi, il testo del suo manifesto non è stato ritrovato fra le sue carte dopo la morte, come sostenne Marinetti, se tre anni prima quello stesso manifesto era già noto ai lettori francesi.

Una prima probabile comparsa di Maincave si ha qualche mese prima del manifesto, nel febbraio 1913, quando fu organizzata una “cena cubista-futurista” alla Taverne de Paris, situata in Place Clichy: una cena in maschera in cui comparve un enigmatico “M. Cave” a interpretare il ruolo di Raymond Poincaré che riceve le chiavi del governo del presidente uscente.

A detta di Jean-Paul Morel, autore dell’articolo “Fleuron de la caserne Bertrand de Châteauroux, Jules Maincave, «chef cuistot» de génie, victime de la «marmite» en 1916”27, pubblicato sulla rivista «Revue de l’Académie du Centre» del 2018, da “M. Cave” – che dovrebbe stare per Monsieur Cave – a Jules Maincave il passo è breve (forse troppo): dopo tutto, dice Morel, etimologicamente in gergo franco-inglese maincave si traduce come la-man-creusa, ossia il cavo della mano, il metodo usato anticamente per misurare frumento, avena, segale e sale. Dunque, a parere dell’autore, un cognome legato agli alimenti.

Etimologia a parte, Morel sostiene che Marinetti non ha mai potuto incontrare Jules Maincave né parlarci. Il personaggio potrebbe infatti essere stato inventato dallo stesso André Charpentier – autore, lo ricordiamo, dell’articolo “La cuisine futuriste” nel 1913 – insieme al giornalista André Arnyvelde28 della rivista «Annales politiques et littéraires». E, viste le dichiarazioni di Marinetti sulla «Fiera Letteraria» nel 1927, anche con la complicità di Marinetti.

Secondo Claudia Salaris, studiosa del Futurismo, Maincave concepì il suo manifesto dopo un incontro con Marinetti, aggiungendo inoltre che dietro la sua stesura è molto probabile ci fosse la presenza del capo del Futurismo. Così scrisse in Futurismi nel mondo (Collezione Echaurren Salaris, 2015):

Firmato dal solo Maincave, presentato da André Charpentier, il manifesto della cucina futurista reca tuttavia l’indelebile impronta di Marinetti, il quale aveva l’abitudine d’intervenire personalmente nella redazione dei proclami futuristi. Tanto più nel caso del cuoco, abile tra i fornelli ma certo poco avvezzo alla pratica letteraria, il suo contributo non può essere mancato. Le incursioni marinettiane nel testo si possono individuare nelle immagini poetiche, nell’enfasi, nello stile lapidario dei punti programmatici29.

Un’altra stranezza nell’intera storia è il cognome Maincave, che non esiste. Ma possiamo supporre che fosse uno pseudonimo. Inoltre si dice che Maincave, prima della guerra, avesse un ristorante nel Quartiere Latino (importante centro per gli artisti moderni), ma il nome di quel ristorante è sconosciuto. I vari articoli su Maincave lo dipingono come un cuoco notissimo, eppure nessuna notizia su di lui è comparsa prima dell’articolo di Charpentier.

Sulla rivista «Les Annales» del 16 novembre 1913 André Arnyvelde pubblicò una lettera ricevuta dal fantomatico Jules Maincave:

Potete annunciare che mi metto gratuitamente a disposizione di tutti gli abbonati degli Annales de Paris che desiderano sperimentare un piatto futurista, durante i mesi di novembre e dicembre.

Allo stesso modo, per i vostri lettori di provincia, fornirò gratuitamente tutte le informazioni utili che mi verranno richieste. Non si tratta di un’attività commerciale, come sapete; è un’arte che desidero rinnovare, con assoluta sincerità e senza alcun interesse materiale.

Chiunque voglia scrivermi, può farlo presso mio cugino, M. Boussuge, 9, rue Georges-Saché, a Parigi.

E a questo punto possiamo porci una domanda più che legittima: rue Georges-Saché si trova nel 14° arrondissement di Parigi, mentre il Quartiere Latino, in cui aveva il ristorante Maincave, è il 5° arrondissement. Perché Maincave non ha dato l’indirizzo del suo ristorante? Perché far scrivere a un cugino?

È lecito ipotizzare che a rue Georges-Saché abitasse Arnyvelde oppure Charpentier e fosse stato usato un nome fittizio, come Boussuge (cognome francese reale), per non risalire alla propria identità.

Per pura curiosità dobbiamo segnalare che Marinetti sia nel “Manifesto della cucina futurista” sia nell’opera scritta con Fillìa si riferisce a Jarro Maincave e non a Jules, come compare in tutte le altre pubblicazioni. Ma questa può esser stata una svita del poeta: Jarro era lo pseudonimo dello scrittore e critico teatrale Giulio Piccini, che Marinetti nomina nel romanzo postumo scritto con Albero Viviani Firenze biondazzurra sposerebbe futurista morigerato.

Chi era, allora, Jules Maincave? Se davvero non è mai esistito, perché Marinetti disse di averlo incontrato?

Nel dicembre 1913 il periodico «Current Opinion» di New York diede queste informazioni sul cuoco francese:

Jules Maincave, chef di uno dei principali ristoranti dei Grands Boulevards, è stato convertito da Marinetti e afferma, secondo un dispaccio del New York Times, che la sua missione è quella di porre l’intera arte del mangiare su nuove basi. “La cucina futurista ha come obiettivo principale la miscelazione di alimenti ora tenuti separati, e provocherà sensazioni assolutamente inaudite.” Sembra un po’ azzardato prevedere che mescolare ingredienti finora tenuti accuratamente separati, come sottaceti e latte, ad esempio, possa produrre sensazioni inaudite; forse è una sensazione vecchia quanto l’infanzia. Tuttavia, questo chef non è andato oltre l’aringa con gelatina di lamponi, panna montata sui pomodori e vitello cotto nell’assenzio.30

Fino al 1913 sembra non esistano notizie su questo cuoco. André Arnyvelde torna a scrivere di Maincave su «Le Figaro» del 2 febbraio 1921: «[…] je ne sais point ce qu’est devenu Jules Maincave».

Possibile che Arnyvelde non sapesse della notizia che voleva Maincave morto durante un bombardamento sulla Somme? L’articolo continua non dicendo nulla di nuovo, ma si conclude con la frase: «Ah! qu’est devenu Jules Maincave?».

La risposta, fornita da André Charpentier, giunse sullo stesso periodico l’11 febbraio, riportando la notizia della morte del cuoco il 30 ottobre 1916.

Forse non sapremo mai la verità. Di certo, sappiamo che non c’è alcuna traccia di questo cuoco francese, a parte una serie di articoli che da anni ripetono le stesse cose, copiandosi a vicenda, e che la prima sua apparizione “pubblica” è appunto quell’articolo scritto da André Charpentier per la rivista «Fantasio».

Possiamo formulare un’ipotesi. Nel 1909 Marinetti convinse un amico francese a far pubblicare sul giornale «Le Figaro», in prima pagina, il suo “Manifesto del Futurismo”, che infatti apparve il 20 febbraio. Nonostante fosse già stato pubblicato in Italia il 5 di quello stesso mese – e, a seguire, su altri periodici – «Le Figaro» aveva una risonanza maggiore, a livello internazionale, rispetto ai quotidiani italiani: Marinetti aveva intuito perfettamente come pubblicizzare le sue opere.

Per la cucina futurista potrebbe aver adottato lo stesso metodo e aver deciso di affidare alla lingua francese, appunto internazionale, il “Manifesto della cucina futurista”.

Fonti

  • Anonimo, “Cuisine futuriste”, «Le Figaro», 11 febbraio 1921
  • Anonimo, “What Is to Be the Future of Futurism?”, «Current Opinion» 1913-12: Volume 55, Issue 6
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  • Hommage à Lalande chanté le 30 septembre 1778, en la Loge des Neuf Soeurs, à l’occasion de la Saint-Jérôme, Musée virtuel de la musique maçonnique

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1 Il manifesto “In quest’anno futurista”, di 4 pagine, fu redatto da Marinetti e Carlo Carrà, ma nella versione a stampa comparve soltanto il nome di Marinetti, poiché Carrò non approvò alcune aggiunte del poeta. Il testo apparve poi anche in Guerra sola igiene del mondo (1915) e Futurismo e fascismo (1924).

2 Pseudonimo di Luigi Colombo (Revello, Cuneo, 4 ottobre 1904 Torino, 10 febbraio 1936), pittore, poeta, critico. Oltre alla pittura, si dedicò anche all’arredamento e alla decorazione. Firmò numerosi manifesti futuristi.

3 Pseudonimo di Guillaume-Apollinaris-Albertus de Kostrowitsky (Roma, 26 agosto 1880 – Parigi, 10 novembre 1918), scrittore, poeta, drammaturgo e critico d’arte.

4 Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande (Bourg-en-Bresse, 11 luglio 1732 Parigi, 4 aprile 1807), si dedicò allo studio dei pianeti del sistema solare e contribuì alla divulgazione dell’astronomia. Fu ammesso all’Accademia delle Scienze nel 1753, all’età di ventun anni; nominato nel 1762 professore di astronomia al Collège de France, ricoprì questa cattedra per 46 anni con grande successo. Si distinse per i suoi gusti bizzarri (era affascinato dalle arti e dall’antica Roma). Dal 1789 al 1798 pubblicò la sua Storia celeste francese, un’opera in cui descrisse circa 50.000 stelle.

5 Secondo alcune fonti, Lalande fingeva di prendere una scatola piena di ragni dalla tasca, raccoglierli delicatamente con le dita, succhiarli e ingoiarli, sostenendo che non esisteva piatto più raffinato o più delizioso. Secondo altre l’astronomo aveva l’abitudine di mangiare ragni ogni giorno senza alcun effetto negativo, scoprendo che avevano un sapore di nocciola fresca.

6 Queste nuove tendenze emersero nel maggio del 1912, durante un incontro a casa mia tra due giovani chef di Bresse: i signori Joachim Gravant e Louis Pignat. Non entrerò nei dettagli di questo incontro. Basti dire che il nostro amico Méritarte, recentemente scomparso e grande inventore culinario, era presente e la sua conversazione convinse i giovani chef di Bresse a dedicarsi a questa nuova arte.

Si chiamava gastroastronomia in memoria dell’astronomo Lalande, famoso per i suoi esperimenti culinari. Tutti sanno che mangiava ragni e bruchi con grande gusto, portandone sempre una scorta in un contenitore per caramelle. Apollinaire, Guillaume, Œuvres en prose complètes, Gallimard, 1977, p. 420.

7 On servit d’abord les hors-d’œuvre parmi lesquels je remarquai des violettes fraîches privées de leur tige et assaisonnées de jus de citron. Apollinaire, Guillaume, ibidem.

8 Fu chiamato “controfiletto Lattaignant”, in memoria dell’abate de l’Attaignant, autore della poesia “J’ai du bon tabac”.

9 André Charpentier (Parigi, 19 settembre 1884 – ivi, 19 ottobre 1966), giornalista e scrittore di romanzi polizieschi, d’avventura e letteratura per bambini e ragazzi. Mobilitato il 9 agosto 1914 nel 103° Reggimento di Fanteria, fu rapidamente trasferito al 68°. Fu citato in giudizio due volte e ferito tre volte, una delle quali vicino a Sailly-Sallissel, nella Somme, nell’ottobre del 1916. Il 14 luglio 1916 fondò «Le Bochofage», giornale di trincea del suo reggimento. Fu insignito della Croce di Guerra e della Medaglia Militare e ricevette anche la Palma Accademica nell’ambito della speciale promozione riservata ai direttori di giornali di trincea. Dopo la guerra, anche se al fronte perse la vista, continuò la sua carriera di giornalista a «Le Matin».

10 Alcune fonti pongono la data di nascita a circa il 1890 e la morte sulla Somme il 30 ottobre 1916.

11 Cucine, segrete ammorbate, cantine da carogne, tenebrose officine dove si preparano sudici intrugli, caverne d’infezione dove loschi banditi impastano il pasto insipido e nauseabondo da gettare ai milioni di bocche umane che si spalancano a ore fisse verso un appagamento mai sazio!

12 Cuochi e sguatteri, avventurieri spudorati, la vostra livrea bianca sarà il vostro sudario. Proietteremo i raggi del nostro sole nell’antro delle vostre cucine, e le tenebre saranno dissipate. Sconvolgeremo i vostri banchi, rovesceremo i vostri fornelli, getteremo nel rigagnolo le vostre paste di peste e le vostre fiale di pus.

13 F.T. Marinetti, Fillìa, La cucina futurista, Sonzogno, 1932, p. 93 e p. 107.

14 Curioso l’aggettivo ottocentesco culinare, quindi teoricamente passatista, che troviamo infatti nell’Enciclopedia del Negoziante del 1841.

15 E questo ci ricorda la cena triestina del 1910.

16 F.T. Marinetti, Fillìa, La cucina futurista, Sonzogno, 1932, p. 26.

17 Ivi, pp. 24-25.

18 Il manifesto “La cuisine futuriste” dell’ipotetico cuoco Jules Maincave e il manifesto “Culinaria futurista” di Irba.

19 Gli odori, dunque l’olfatto, non sono una novità in Marinetti. Possiamo citare l’opera Il tamburo di fuoco del 1922, “Dramma africano di calore, colore, rumore, odori”, o ancora il capitolo “Battaglia, Peso + Odore” del libro parolibero Zang tumb tuuum del 1914.

20 Senso già entrato nella filosofia futurista con il “Il Tattilismo”, manifesto dell’11 gennaio 1921.

21 Un tempo il verbo, anche se usato raramente, aveva il significato di nascondere.

22 Il 9 maggio 1936 Mussolini aveva proclamato l’Impero, dopo la conquista dell’Etiopia, guerra cui partecipò Marinetti. La cucina, dunque, secondo il poeta doveva adattarsi alla trasformazione politica italiana.

23 Salaris, Claudia, Marinetti, arte e vita futurista, Editori Riuniti, 1997, p. 296.

24 “Il suo nome era Jules Maincave. Intorno al 1914, stava iniziando ad acquisire fama; i giornali più autorevoli scrivevano di lui; Raoul Ponchon gli dedicò persino una «Gazette in rima». Se fosse vissuto, sarebbe diventato illustre quanto i suoi grandi predecessori dei secoli passati. Figlio, nipote e fratello di cuochi, aveva rivoluzionato l’arte della buona tavola.”

25 “Il gentile cuoco dadaista fu ucciso poco tempo dopo quella giornata memorabile.”

26 L’Almanach de Cocagne riporta: “Un proiettile di grosso calibro cadde vicino al suo rifugio e, pochi minuti dopo, si ritrovò il corpo dilaniato di Maincave, vittima del suo coraggio di soldato e del suo onore professionale”.

27 «Revue de l’Académie du Centre», 2018, pp. 105-114.

28 Pseudonimo di André David Lévy (Parigi, 29 novembre 1881 campo di Royallieu a Compiègne, 2 febbraio 1942), giornalista, drammaturgo e scrittore francese. Arnyvelde è l’anagramma di André Lévy. Fu deportato come ebreo e morì nel campo di concentramento.

29 Claudia Salaris, Futurismi nel mondo, collezione Echaurren Salaris, p. 491.

30 “What Is to Be the Future of Futurism?”, Current Opinion 1913-12: Volume 55, Issue 6, p. 437.

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